Stati Uniti, guerra, fumetti e Milton Caniff

Ho da poco letto Male Call di Milton Caniff, una raccolta di strisce umoristiche e un po’ osé che uscivano su giornali di guerra americani durante la seconda guerra mondiale. Questa lettura mi ha fatto un po’ riflettere.

fumetto!!!

Un evento tragico, sconvolgente e annichilente come la seconda guerra mondiale appare, attraverso questo fumetto, una situazione decisamente meno oppressiva, a tratti leggera. Se penso a quello che mi raccontano i miei nonni di quei tempi, immagino esattamente l’opposto. Com’è possibile?

Non credo che durante la guerra in Italia si pubblicassero fumetti che parlassero della guerra stessa con toni così gaudenti, anzi. Non essendo esperto di questo argomento però non posso esprimermi, ma in compenso ho trovato questo video interessante (per quanto spartano) girato ad una mostra di Etna Comics 2013, riguardante i fumetti italiani, francesi e americani durante la seconda guerra mondiale.

Insomma, Male Call doveva tirare su di morale i soldati con le avventure di una bella ragazza, la stessa missione dell’inglese Jane. Entrambe le belle protagoniste venivano dipinte sulle fiancate degli aerei da combattimento.

Il bombardiere

Bombardiere N.2

Allora mi chiedo: visto l’approccio alla guerra di un fumetto come Male Call, si può dedurre che gli americani andassero in guerra più “a cuor leggero” degli europei? Attenzione, anche nel fumetto di Caniff si trovano gli orrori della guerra: la morte, la mutilazione, lo sfinimento, la paura. Ma tutto è stemperato, tutto tende ad una visione goliardica e vitale della vita del soldato.

Occhei, partendo da questa piccola intuizione, in realtà voglio spiegare cosa penso dell’attitudine alla guerra degli Stati Uniti, una mia personale ed inesperta visione della questione. Gli Stati Uniti non hanno mai vissuto la guerra sul proprio suolo. Dopo la guerra di secessione, l’unico attacco terrestre mai subito dagli Stati Uniti sono state le scorribande di Pancho Villa all’inizio del XX secolo. In pratica, gli statunitensi non conoscono davvero lo strazio della guerra, il dolore del genocidio, della strage, dello sradicamento dalla propria terra, della deportazione, della perdita di tutto.

Chi invece è cresciuto nel cuore del conflitto, nell’Europa infiammata e dilaniata in uno scontro fratricida e folle, è stato educato alla memoria: dalle istituzioni, dalla scuola, dalla famiglia, perfino dall’ambiente, che porta ancora, dopo decenni, i segni di quello che è successo. In Europa capita ancora di disinnescare le bombe inesplose, dai tempi di un conflitto già finito quando i miei genitori non erano ancora nati.

Eppure gli statunitensi sono un popolo guerriero: quasi ogni generazione ha i suoi veterani, dalla guerra mondiale, dal Vietnam, dall’Iraq, dalla Bosnia, dall’Afghanistan… Ma sono soldati sinceramente e fermamente convinti di impugnare la spada della giustizia, di essere nel bene, inconsapevoli dell’orrore che portano con sé.

Solo una volta gli Stati Uniti hanno sperimentato veramente la sensazione di essere colpiti al cuore, di non essere al sicuro. L’11 Settembre ha scioccato l’America, come uno schiaffo dato a un sovrano.

Il fumetto di Milton Caniff comunque è anche un sincero rimedio alla vita da soldato, tanto che nella prefazione all’edizione italiana della Comic Art, l’autore stesso scrive: <<Durante la guerra nei più sperduti angoli del mondo, leggere una pagina a fumetti era come tornare a casa per uno o due minuti e rappresentava un’evasione convincente dalle brutte cose che stavano accadendo.>>